
Se dovessi descrivermi con una sola caratteristica, probabilmente sceglierei questa: sono sempre stata curiosa di capire cosa c’è dietro le cose.
Non mi accontento facilmente di una spiegazione superficiale.
Quando qualcosa mi interessa, sento il bisogno di andare più a fondo, di capire cosa la fa funzionare, cosa c’è alla base e, soprattutto, se esiste un modo diverso per affrontarla.
Forse questa parte di me era già evidente quando ero bambina.
Mentre molti bambini giocavano semplicemente con i loro giocattoli, io prendevo un cacciavite e una chiave inglese e cercavo di smontare le cose. Volevo capire cosa ci fosse dentro, come funzionassero, come fossero state costruite e, soprattutto, perché funzionassero in quel modo.
A pensarci oggi, mi fa sorridere rendermi conto di quanto poco sia cambiata quella bambina.
Non mi è mai bastato fermarmi a ciò che vedevo in superficie. Ho sempre avuto bisogno di capire cosa c’è dietro.
Ancora oggi, davanti a un problema, la mia prima domanda non è semplicemente “cosa bisogna fare?”, ma “perché sta succedendo?”.
Ed è un modo di essere che, nel tempo, ha finito per diventare anche il mio modo di lavorare.
Il mio percorso nella nutrizione è iniziato un po’ per caso mentre svolgevo un’altra attività e, all’inizio, non avevo ancora idea di dove mi avrebbe portata. Un’opportunità mi ha spinta a formarmi in questo ambito e, poco alla volta, ho iniziato a lavorare anche con le prime persone che si affidavano a me.
E più entravo in questo mondo, più mi rendevo conto che la parte che mi interessava davvero non era semplicemente stabilire cosa una persona dovesse mangiare.
Era capire chi avevo davanti, perché persone con lo stesso problema possono avere storie completamente diverse. E perché, molto spesso, ciò che vediamo nel comportamento alimentare è soltanto la parte più visibile (la punta dell’iceberg) di qualcosa che va cercato più in profondità.
Durante la mia formazione ho avuto la possibilità di affiancare un medico dietologo. Quell’esperienza mi ha insegnato molto, ma forse non nel modo che mi aspettavo.
Ricordo visite molto rapide, in cui la persona aveva poco spazio per parlare. Il piano alimentare era un foglio prestampato uguale per tutti e la visita seguiva uno schema prestabilito.
Ricordo in particolare una signora anziana che cercava di raccontare la sua situazione e che provava a fare delle domande. Le fu detto, in sostanza, che era il medico a dover parlare e che lei avrebbe dovuto semplicemente ascoltare e seguire le indicazioni date.
Io, invece, continuavo a pensare che ciò che quella signora aveva da raccontare fosse importante. Avrebbe potuto darci informazioni utili per capire meglio la sua situazione.
Poi le fu chiesta la parcella e venne accompagnata alla porta con il solito foglio, uguale per tutti.
Ma quello che ricordo ancora oggi non sono tanto le parole, quanto la delusione dipinta sul volto della signora.
Era lo sguardo di una persona che probabilmente era arrivata lì con la speranza di aver finalmente trovato qualcuno capace di ascoltarla, di comprenderla e di aiutarla davvero.
E invece usciva da quella stanza con la sensazione di essere stata trattata come una delle tante.
Ricordo di aver pensato che forse, per quella signora, quella non era stata semplicemente una visita andata male. Era l’ennesima volta in cui aveva cercato qualcuno a cui affidarsi e si era ritrovata, ancora una volta, senza sentirsi davvero ascoltata.
Quell’esperienza mi fece capire una cosa importante: io volevo lavorare in modo diverso.
Volevo che le persone avessero spazio per raccontarsi, perché per me ascoltare non è una formalità: è il primo passo per capire davvero chi ho davanti.
Questa convinzione si rafforzò durante il tirocinio nel reparto di dietetica dell’ospedale Gemelli di Roma.
Lì mi capitò di assistere a situazioni che ancora oggi ricordo.
Persone trattate come semplici numeri, che ad ogni visita di controllo passavano da un professionista all’altro ogni volta diverso, che non li conosceva, per cui, ogni volta, dovevano ricominciare da capo a raccontare la propria storia.
Ricordo in particolare una ragazza con un problema alimentare molto delicato, che si trovò a dover ripercorrere nuovamente la propria storia con un medico diverso da quello della visita precedente, davanti anche a persone tirocinanti che non conosceva.
Pensai a quanto potesse essere difficile per lei raccontare ancora una volta aspetti così personali e delicati della propria vita.
Non potevo ancora sapere esattamente quale sarebbe stato il mio modo di lavorare, ma avevo iniziato a capire molto bene cosa NON avrei mai voluto fare e cosa per me fosse davvero importante: dietro ogni comportamento c’è una persona e quella persona ha una storia che merita di essere ascoltata.
Dopo il master, per diversi anni ho lavorato come nutrizionista occupandomi di problematiche diverse. Ho continuato a studiare, a fare esperienza e a confrontarmi con persone molto differenti tra loro, senza sentire ancora il bisogno di concentrarmi su un unico ambito.
Poi sono diventata mamma.
E proprio quando pensavo che la mia formazione mi avrebbe aiutata ad affrontare con maggiore sicurezza le difficoltà legate all’alimentazione di mia figlia, mi sono trovata dall’altra parte.
Mia figlia, che da piccola mangiava praticamente tutto e con grande entusiasmo, intorno ai cinque anni, con l’inizio della mensa scolastica, ha iniziato a rifiutare sempre più alimenti.
Sono arrivati i primi “non mi piace”, i “che schifo”, le difficoltà durante i pasti e una selettività alimentare che, con il tempo, è diventata sempre più difficile da gestire.
A un certo punto ero arrivata all’esasperazione.
E la cosa che mi metteva ancora più in difficoltà era proprio questa: ero una nutrizionista e non riuscivo a capire come gestire mia figlia.
Così ho fatto quello che probabilmente faccio ogni volta che qualcosa non mi torna: ho iniziato a studiare.
Ho approfondito la selettività alimentare, il modo in cui cambiano i gusti dei bambini, il comportamento degli adulti durante i pasti e soprattutto il modo di accompagnare un bambino senza trasformare ogni momento a tavola in una battaglia.
Ho dovuto imparare non soltanto come aiutare lei, ma anche come cambiare il mio modo di reagire.
Ora che è cresciuta, posso guardare a quegli anni con molta più serenità e sentirmi tutto sommato abbastanza soddisfatta del percorso che abbiamo fatto.
A parte ancora qualche alimento che continua a rifiutare, il suo rapporto con il cibo è molto più sereno rispetto a qualche anno fa. Ha imparato a confrontarsi con gli alimenti nuovi e, anche quando qualcosa non le piace o non vorrebbe assaggiarlo, sa che può provarci.
E so che questo percorso continuerà a evolversi e che, con il tempo, le cose sicuramente miglioreranno ancora.
Questa esperienza mi ha insegnato ancora una volta qualcosa in cui credo profondamente: un comportamento che dall’esterno può sembrare semplicemente difficile o capriccioso spesso ha bisogno di essere compreso, non combattuto.
Ed è grazie a quello che ho vissuto con mia figlia che oggi mi occupo di percorsi di educazione alimentare in età scolare e posso aiutare i genitori ad affrontare con maggiore serenità situazioni che, quando ci sei dentro, possono sembrare davvero difficili.
Negli anni, però, continuavo a sentire la stessa curiosità anche nel lavoro con gli adulti.
Più osservavo le storie delle persone che avevo seguito, più mi rendevo conto che spesso il problema non era sapere cosa mangiare.
Molte persone lo sapevano già perfettamente.
Sapevano quali alimenti scegliere, cosa fa bene e cosa fa meno bene, avevano già seguito diete, ricevuto indicazioni, iniziato nuovi percorsi.
Eppure continuavano a ritrovarsi nello stesso punto ogni volta.
La dieta iniziava, funzionava per un po’, poi arrivavano una giornata difficile, la stanchezza, lo stress, un’emozione o semplicemente il bisogno di concedersi qualcosa per stare meglio…e da lì ricominciava il solito meccanismo vizioso.
È stato osservando sempre più attentamente queste storie che ho iniziato a chiedermi:
“Cosa c’è davvero dietro quel comportamento?”
Quella domanda ha iniziato a interessarmi sempre di più.
Ho cominciato ad approfondire il rapporto tra emozioni, comportamento alimentare e abitudini.
A chiedermi perché alcuni comportamenti diventino così automatici, perché sappiamo perfettamente cosa vorremmo fare ma continuiamo a comportarci in modo diverso e, soprattutto, se e come sia possibile modificare nel tempo quelle abitudini.
Ed è qui che ho trovato il tema che oggi mi appassiona più di tutti: la fame emotiva.
È un argomento che mi interessa così tanto che continuo a studiarlo, a leggere, ad ascoltare, a formarmi e a cercare di capire sempre meglio cosa succede alla base di quei comportamenti.
Perché credo che sia questo il mio modo di essere professionista.
Non mi accontento di vedere cosa succede. Ho bisogno di capire perché succede.
Forse, alla fine, non è cambiato poi così tanto da quando ero bambina.
Allora smontavo i giocattoli con un cacciavite e una chiave inglese per capire cosa ci fosse dentro.
Oggi cerco di fare qualcosa di molto simile con le difficoltà che le persone portano nel mio studio.
Non mi basta sapere che una persona non riesce a seguire una dieta.
Voglio capire cosa c’è dietro.
Non mi basta sapere che un bambino rifiuta un alimento.
Voglio capire cosa sta succedendo.
E non mi basta dire a una persona che dovrebbe semplicemente avere più forza di volontà.
Voglio capire perché, nonostante sappia cosa dovrebbe e vorrebbe fare, non riesce a farlo.
È questo il modo in cui scelgo di lavorare.
Ascoltare, fare domande, cercare collegamenti e provare a comprendere ciò che spesso rimane nascosto dietro il comportamento.
Perché prima di cercare una soluzione, bisogna avere la curiosità di capire cosa c’è dietro quel comportamento, quella difficoltà, quella scelta.
E forse è proprio questa la cosa che mi rappresenta di più ancora oggi, come quando ero bambina, continuo ad aver bisogno di andare oltre la superficie, di mettere insieme i pezzi e capire cosa c’è dietro le cose.